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MALATESTA, Errico

Biografia: Nasce a Santa Maria Capua a Vetere (CE) il 4 dicembre 1853 da Federico e Lazzarina Rastoin; studente di medicina, operaio, venditore di gelati, cercatore d’oro, meccanico, elettricista, giornalista, rivoluzionario di professione. Dopo aver conseguito il diploma ginnasiale, s’iscrive alla Facoltà di medicina dell’Università di Napoli, dove frequenta alcuni corsi senza laurearsi. Aderisce inizialmente al repubblicanesimo, di cui recepisce soprattutto l’afflato etico mazziniano. La fine drammatica della Comune di Parigi lo spinge ad abbandonare gli ideali repubblicani per abbracciare quelli socialisti.

Nell’agosto del 1872, insieme a Andrea Costa, Carlo Cafiero, Tito Zanardelli, Celso Ceretti e Saverio Friscia, è tra i fondatori della Federazione italiana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, organismo che nasce in netta contrapposizione al Consiglio generale di Londra di ispirazione marxista. Un mese più tardi partecipa al congresso internazionale antiautoritario di Saint Imier, che costituisce l’atto di nascita del movimento anarchico internazionale. Tra i protagonisti di questo decisivo momento della storia dell’anarchismo - ma anche della storia del movimento operaio e socialista - vi sono tra gli altri, oltre allo stesso M., Michail Bakunin, Carlo Cafiero, Giuseppe Fanelli, Jean-Louis Pindy, Gustave Lefrançais, James Guillaume, Adhémar Schwitzguébel, Charles Alerini, Rafael Farga y Pellicer. A Saint Imier vengono gettate le tavole teoriche fondamentali dell’ideologia anarchica che proclama la lotta simultanea contro il capitalismo e contro lo Stato, il federalismo organizzativo, il pluralismo ideologico e politico delle componenti proletarie, la spontaneità sovversiva dell’azione popolare, la critica implacabile al principio di autorità in qualunque modo questo si manifesti. Tuttavia a Saint Imier viene approvato anche un altro documento, altrettanto decisivo per comprendere la nascita dell’anarchismo politico militante. Si tratta del Programma della fratellanza scritto da Bakunin e approvato dai suoi più intimi seguaci. Questo testo pone le basi di una Alleanza socialista rivoluzionaria dove si delinea la più radicale concezione rivoluzionaria volta alla critica di tutto il presente attraverso la negazione trasversale di ogni autorità divina ed umana, il rigetto del principio di autorità ad ogni livello delle sue determinazioni storiche date e ad ogni livello delle sue determinazioni storiche possibili, il rifiuto dell’esistente e di ogni futuro informato dagli stessi princìpi. Occorre quindi osservare che nello stesso momento in cui gli antiautoritari criticano la dittatura del proletariato, e ogni altro sedicente potere politico provvisorio, teorizzano per contro una loro interpretazione della supremazia della minoranza agente quale fattore determinante della lotta politica. È respinta la concezione giacobina del marxismo perché si dichiara che «la distruzione di ogni potere politico è il primo dovere del proletariato, [per conseguenza] ogni organizzazione di un potere politico, per quanto proclamantesi provvisoria e rivoluzionaria, per il proletariato non può essere che un inganno ulteriore». Però ad essa è contrapposta un’altra volontà organizzativa, il cui scopo è quello di vigilare affinché la rivoluzione prosegua nel suo cammino liberatorio. Il compito decisivo assegnato alla minoranza agente, cioè a questa organizzazione «collettiva», «occulta» e «invisibile», diretta ad impedire, per l’appunto, che la rivoluzione non devii verso sbocchi autoritari o riformisti, è svolto dalla Fratellanza rivoluzionaria. Organizzata in senso gerarchico (comprende fratelli internazionali, nazionali e provinciali), essa deve essere composta dai militanti più fidati, più devoti e più intelligenti, votati interamente alla causa della rivoluzione. È così prospettata non soltanto la figura del rivoluzionario di professione, ma anche dell’uomo che sacrifica la sua vita personale perché la pone al servizio di un fine superiore. Nella descrizione che segue noi scorgiamo perciò, in alcuni tratti, quella che sarà di fatto la figura di M. e il comportamento che egli avrà nei sessant’anni seguenti. «Le qualità del fratello sono la fermezza, la costanza, la discrezione, la prudenza, l’energia, il carattere, l’intelligenza, il coraggio. [Egli deve] elevarsi al di sopra delle aspirazioni dell’ambizione e della vanità personale, della famiglia, del patriottismo e annegare la propria iniziativa personale nell’azione collettiva. Si vota irrevocabilmente corpo ed anima, pensiero, volontà, passione ed azione, con tutte le sue capacità, la sua energia, la sua fortuna al servizio della rivoluzione sociale. [Egli] non avrà altra ambizione che il trionfo della rivoluzione. Ogni fratello è in missione permanente». Questa «missione permanente», che per sessant’anni farà di M. il maggior militante rivoluzionario dell’anarchismo internazionale, deriva in modo diretto dall’assunzione pressoché integrale dell’insegnamento bakuniniano. M. è senza dubbio il seguace che più di tutti i fratelli internazionali presenti a Saint-Imier ha saputo continuare sulla via tracciata da Bakunin, definito ancora cinquant’anni dopo, «il nostro grande maestro e il nostro forte ispiratore». Il carattere preminentemente politico e rivoluzionario dell’internazionalismo italiano si manifesta in modo palese nei tentativi insurrezionali del 1874 e del 1877.

Nell’agosto del 1874, soprattutto a Bologna e in Puglia, si tenta di dar inizio ad un’insurrezione armata che fallisce sul nascere. Arrestato, M. è rinchiuso nel carcere di Trani, dove vi rimane quasi un anno. Subisce un processo ed è assolto. Durante il 1876 tenta per due volte (aprile e settembre) di giungere in Erzegovina per riunirsi ai rivoluzionari serbi che si sono ribellati al potere ottomano. Nell’ottobre dello stesso anno partecipa al terzo congresso dell’Internazionale di Firenze-Tosi, dove sono approvati i princìpi fondamentali del comunismo anarchico e la strategia della “propaganda del fatto” (concezioni ribadite pochi giorni dopo nel congresso dell’Internazionale a Berna). Tra la fine del 1876 e gli inizi del 1877 effettua un’incursione in Spagna, a Barcellona, per liberare l’internazionalista spagnolo Charles Alerini, senza riuscirvi. Pochi mesi più tardi, aprile del 1877, lo ritroviamo tra i principali protagonisti della banda del Matese. Insieme a Cafiero e Ceccarelli, M. capeggia una trentina di internazionalisti che, datisi alla macchia, tentano di far insorgere i contadini di Letino e di San Gallo (due paesi del massiccio campano), con l’esempio della “propaganda del fatto”. Arrestati pochi giorni più tardi, quasi tutti i componenti della banda finiscono nel carcere di Benevento, dove nell’agosto dell’anno successivo subiscono un processo che li manda assolti. Subito dopo - settembre 1878 - M. lascia l’Italia per recarsi dapprima in Egitto, per poi, attraverso una peripezia che lo porta in Libano, in Siria e in Francia, approdare in Svizzera, dove rimane fino all’aprile del 1879 (coadiuva Kropotkin nell’uscita dei primi numeri de «Le Révolté»). Recatosi a Braila, in Romania, al fine di allacciare rapporti con i rivoluzionari russi, si sposta in agosto a Parigi, ma poco dopo viene arrestato ed espulso. Tra la fine del 1879 e gli inizi del 1880, si muove clandestinamente tra la Francia, il Belgio e la Svizzera (in Francia e in Svizzera sono attivati nei suoi confronti dei decreti di espulsione). Arrestato nuovamente in Francia nel giugno 1880, M. è rinchiuso nel carcere della Santè per espiare una dura pena di sette mesi - segregazione cellulare - per non aver ottemperato al decreto di espulsione. Scontata interamente la pena, si sposta a Londra per partecipare al congresso rivoluzionario internazionale che si svolge nel luglio 1881. Vi partecipano oltre 40 rappresentanti tra cui Petr Kropotkin, Stanislas Figueras, Nikolaj Caikovskij, Lazar Borisovic Goldenberg, Gustav Brocher, Josef Peukert, George Herzig, Johann Most, Louise Michel, Victorine Rouchy-Brocher, Emil Gautier. L’Italia è rappresentata da M. e Merlino. La questione fondamentale del congresso ruota intorno al problema insurrezionale, considerato imprescindibile da tutti i delegati; pertanto viene ritenuta prioritaria l’idea della supremazia delle minoranze agenti e il momento volontaristico dell’insurrezione armata. È importante sottolineare, a dispetto delle dichiarazioni contrarie dei partecipanti, il carattere tutto politico dell’assise londinese. Il congresso di Londra segna una svolta epocale nella storia dell’anarchismo perché, inaugurando di fatto l’età del terrorismo individualistico, dell’azione violenta, della lotta diretta tra rivoluzionari e Stato consegna gran parte del movimento operaio al destino riformista, mentre, contemporaneamente, definisce l’identità politica del movimento anarchico come puro e solo movimento rivoluzionario. Il rivoluzionarismo si trasforma in immediato insurrezionalismo e lo sbocco inevitabile del settarismo ne è il logico corollario. Di qui l’isolamento di fronte alle masse popolari e la conseguente pratica terroristica che lo caratterizza negli anni Novanta. Quando, nel giugno 1882, esplode in Egitto la ribellione contro gli europei capitanata da Arabi-Bajá, la sete d’azione di M. ha nuova e inaspettata fonte di alimento: ritiene infatti doveroso unirsi agli insorti. Giunto ad Alessandria è poco dopo arrestato dalle autorità inglesi e rimesso in libertà ai primi del 1883.

Ritorna in Italia con la volontà di contrastare l’azione riformista di Costa. Dopo aver passato alcuni mesi in carcere perché accusato di cospirazione armata contro i poteri dello Stato, ai primi 1884 dà vita a Firenze al settimanale “La questione sociale”, con la collaborazione di Francesco Merlino, Francesco e Luisa Pezzi, Francesco Natta. Da questo momento si riversa sul socialista romagnolo gran parte della sua vis polemica, ora portata a livelli di critica durissima. Nel corso del 1884 M. dà alle stampe due opuscoli, il Programma e organizzazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori e Fra contadini, uno destinato ad un rapido oblio, l’altro ad una fortuna immensa. Fra contadini è senza dubbio l’opuscolo di propaganda più noto e più fortunato di tutta la produzione malatestiana. Insieme con l’Anarchia e Al caffè, costituisce il trittico più celebre della letteratura anarchica mondiale. Condannato a tre anni di carcere, M. fugge dall’Italia alla fine del 1884 e si reca in Argentina. Qui riedita nuovamente la «Questione sociale» e partecipa attivamente alla vita del movimento operaio, contribuendo in modo determinante alla nascita di vari sindacati di mestiere. Nel 1886 M. parte per la Terra del Fuoco (Patagonia) alla ricerca di oro. Con lui si uniscono alcuni compagni, tra cui Galileo Palla e Cesare Agostinelli. Ritornato a Buenos Aires nel 1887, vi rimane altri due anni. Rientra in Europa nel 1889 e si stabilisce a Nizza, dando vita al settimanale «L’Associazione» dove espone le linee fondamentali della strategia anarchica, che verrà in parte seguita dal movimento italiano nel decennio seguente. Egli avverte la necessità di rispondere positivamente alla domanda storica di nuove forme organizzative e capisce pertanto che è giunto il momento di formulare e realizzare in concreto un rapporto organico e razionale tra anarchismo e organizzazione. Nel 1890 M. avvia a Londra una “Biblioteca dell’Associazione” dove, oltre a ripubblicare Fra contadini, dà alle stampe La politica parlamentare nel movimento socialista, In tempo di elezioni. Dialogo, L’Anarchia, tutti opuscoli che hanno una notevole fortuna come viene documentato dalle numerose edizioni italiane e straniere susseguitesi nei decenni seguenti. Su La politica parlamentare nel movimento socialista e su In tempo di elezioni si affronta un problema chiave che stava emergendo con forza in quegli anni: l’indirizzo sempre più parlamentare e legalitario assunto dal socialismo europeo con il riconoscimento del suffragio universale quale strumento di emancipazione sociale. Ciò che è interessante far notare non è tanto, ovviamente, la critica dell’anarchico italiano verso il riformismo, quanto la sua acuta analisi della classe dirigente socialista che, a suo giudizio, lentamente, ma in maniera irreversibile, abbandona il programma originario e ne snatura i fini. Una riflessione generale sui concetti di anarchia e anarchismo si rinviene invece nello scritto L’Anarchia, già pubblicato in forma molto diversa e ridotta alcuni anni prima. Lo scopo propagandistico dell’opuscolo non toglie nulla allo spessore teorico dell’opera; anzi per certi versi ne rivela alcuni significati euristici particolari, che consistono soprattutto nel sottolineare il carattere irrimediabilmente etico dell’idea anarchica, la cui cifra è data dalla profonda unità che deve intercorrere tra la coscienza della libertà e la volontà della sua realizzazione. Nell’estate-autunno del 1890 M. e Merlino cercano di imprimere uno slancio all’anarchismo italiano con la convocazione di un congresso che si svolge a Capolago nel gennaio 1891. Nella cittadina svizzera convengono circa 80 congressisti, tutti anarchici o socialisti rivoluzionari tra cui Saverio Merlino, Pietro Gori, Luigi Galleani, Amilcare Cipriani, Romeo Mingozzi, Ettore Molinari. L’assise si caratterizza per un’ampia ma generica formulazione rivoluzionaria, dato che lo scopo principale è quello di riunire tutti i sinceri rivoluzionari sulla base di un programma generale e comune, fondato sull’antiparlamentarismo, anche se questo carattere non esaurisce l’intera finalità programmatica. Si afferma la nascita del «Partito socialista-anarchico-rivoluzionario-federazione italiana», sottolineando, con la dizione «Federazione Italiana», il fatto che per principio si vuole far riferimento a un’istituzione internazionale. Questo partito non ha nulla di veramente organizzativo nel senso moderno del termine, se non il mero riconoscimento collettivo di un’accettazione dei princìpi comuni fondati su una generica propaganda politica. Manca. Infatti, quel legame che serve a coordinare gli sforzi in un’unica direzione, sulla base di un obiettivo specifico al quale tutti i partecipanti dell’impresa riconoscano la priorità. A sostegno di un possibile sbocco insurrezionale, nella primavera del 1891, gli anarchici italiani danno vita ad una grande azione organizzativa. Sono scelti come prova il Centro e il Sud della penisola e i siciliani, su diretta indicazione di M. e Merlino, cercano, senza successo, la via insurrezionale. Ma lo sviluppo più clamoroso e tragico avviene a Roma il Primo maggio 1891. L’esito fallimentare di tutte queste manifestazioni - conclusesi ovunque con centinaia di arresti, processi e condanne per decine di anni di galera- sancisce di fatto la sostanziale sconfitta politica della linea nata a Capolago. Il fallimento di questa strategia operativa si rileva anche dall’inconcludente viaggio in Italia, nella primavera 1891, dello stesso

M. Partito da Milano il 9 giugno - sotto il falso nome di Felice Vigliano – M. raggiunge Lugano, ma essendo ancora in vigore la sentenza di espulsione del 1879, viene arrestato. Dopo due mesi di carcere ritorna a Londra, rimanendovi fino alla fine di ottobre. Un tentativo di creare una rete organizzativa a carattere internazionale, in grado di coordinare eventuali tentativi insurrezionali previsti per il Primo maggio del 1892, è fatto da M. nell’inverno del 1891-92 con un viaggio in Spagna. M. visita molte località, tra cui Reus, Saragozza, Logroño, Sestao, Ortuella, Santander, Valladolid, raggiungendo nel febbraio 1892 Madrid. Nel frattempo è scoppiata a Jerez de la Frontera una rivolta popolare. La polizia spagnola sospetta fortemente che dietro a questa rivolta vi sia anche la mano di M. e lo cerca, ma egli si è già imbarcato a Cadice per Lisbona, e dalla capitale portoghese può proseguire via mare per Londra, dove giunge agli inizi di febbraio. Gli anni Novanta - l’epoca degli attentati - rappresentano un momento particolarmente drammatico della storia del movimento anarchico internazionale. La centralità temporale dell’epoca degli attentati è rappresentata senz’altro dal biennio 1892-94, un arco di tempo nel quale si svolgono gli eventi più clamorosi: un ciclo che inizia con Ravachol e termina con Caserio. M. combatte aspramente il “ravascholismo” sostenendo molte polemiche con alcuni esponenti individualisti e antiorganizzatori, mentre con il congresso di Genova del 1892 diviene sempre più profondo il solco tra socialisti e anarchici. M., nella primavera del 1893, cerca con Cipriani e Malato la via dell’insurrezione in Belgio, quando si profila la possibilità di uno sciopero generale a seguito della lotta condotta dal movimento operaio e socialista per il suffragio universale. In Italia tra il 1893 e il 1894 prende slancio il moto dei Fasci siciliani. Ma non è solo la Sicilia ad essere in fiamme. Agli inizi di gennaio del 1894, in Lunigiana, i cavatori di marmo scendono in sciopero per ottenere migliori condizioni di vita. In questo particolare contesto, che vede la proclamazione degli stati d’assedio e l’istituzione dei tribunali militari, la decisione di M., Merlino e Malato di venire in Italia nel gennaio 1894 dimostra una precisa determinazione: evidentemente essi contano su uno specifico piano predisposto mesi prima. In realtà l’azione non ha neppure inizio. Merlino è catturato a Napoli il 30 gennaio, mentre M. riesce ad evitare l’arresto. Dal fallimento generale dei moti, M. ricava la convinzione che occorre cambiare registro, ponendo le basi di un lavoro metodico di propaganda capace di partire dalle rivendicazioni elementari delle classi subalterne: bisogna, egli afferma, “andare fra il popolo”.

Nel luglio 1896 è tra i protagonisti del congresso socialista internazionale di Londra, il più imponente di tutti quelli che lo hanno preceduto perché partecipano centinaia di esponenti socialisti provenienti da varie parti d’Europa e d’America. Tra gli anarchici vi sono, oltre naturalmente a M., Paul Delesalle, Auguste Hamon, Louise Michel, Jean Grave, Fernand Pelloutier, Emile Pouget, Domela Nieuwenhuis e Christian Cornelissen, Gustav Landauer, Francisco Ferrer, Paul Robin, Pietro Gori. Lo scontro con i socialisti - l’ultimo scontro internazionale all’interno di un congresso - attraversa gran parte l’assise londinese. In questo periodo va sottolineata l’attenzione di M. verso la nascente concezione sindacalista rivoluzionaria, che certamente riflettono una convinzione profonda circa la necessità di avvicinarsi in modo organico alle lotte operaie, al fine di portare fuori l’anarchismo dalle secche dell’isolamento. Va però anche ribadito l’irrimediabile fondo “strumentale” di questa “svolta”: l’azione diretta e lo sciopero generale attivati dalle masse e nelle masse sono, per M., il nuovo mezzo per rivitalizzare il movimento anarchico. L’atteggiamento strumentale di M. verso il sindacalismo può essere valutato in modo più preciso, se si tiene conto che proprio allora M. comincia a gettare le basi di quello che costituirà poi il nucleo profondo del suo pensiero negli anni a venire: il rapporto tra etica e volontà come nesso insostituibile per la formulazione di un anarchismo concepito in senso universale. Possiamo individuare, nel periodo 1890-97, gli anni della definitiva formazione ideologica dell’anarchismo malatestiano, anche se, per alcuni casi, si tratta solo di idee appena abbozzate. Nei decenni successivi, praticamente fino alla morte, il perfezionamento continuo di questo orientamento generale sarà dovuto a correzioni non sostanziali o all’ampliamento, sia pur profondo, delle intuizioni di allora.

M. ritorna in Italia ai primi di marzo del 1897 stabilendosi ad Ancona. Il suo ritorno avviene sotto il segno di una ridefinizione militante dell’anarchismo in chiave organizzatrice. Essa comporta la riproposizione di una struttura anarchica che raggruppi tutti quegli attivisti che si battono per scopi tattici e strategici comuni. Lo schema, perciò, ricalca in parte quello concepito sette anni prima a Capolago, anche se il suo autore intende essere meno rigido sul piano strettamente ideologico. Soprattutto ciò che cambia è che ora l’obiettivo insurrezionale risulta subordinato alla premessa indispensabile di un lavoro di paziente propaganda fra le classi lavoratrici; pertanto l’azione cospirativa, che naturalmente non viene mai meno, risulta subordinata a quella quotidiana del movimento popolare. Come avverrà quindici anni più tardi con la pubblicazione del periodico «Volontà», il progetto dell’anarchico italiano consiste nel dar vita ad un settimanale, affiancando, a questo lavoro di divulgazione e di propaganda, un’azione organizzativa più specifica rivolta alla formazione di gruppi ideologicamente omogenei e disponibili, nel futuro, anche ad una possibile insurrezione armata. Esce così il settimanale L’«Agitazione», con una tiratura di circa 7.000 copie. Diffuso soprattutto nelle Marche, in Emilia Romagna, in Toscana, in Liguria, in Umbria e a Roma, vale a dire nelle zone di maggior densità libertaria della penisola, vive momenti alterni di espansione e di crisi, ma riesce a durare oltre un anno. A coadiuvare M. nel lavoro redazionale, vi sono alcuni tra i migliori militanti anarchici delle Marche e dell’Emilia Romagna: l’insegnante Luigi Fabbri, il medico Nino Samaia, il cappellaio Cesare Agostinelli, l’impiegato Emidio Recchioni, il tipografo Adelmo Smorti. Uomini che sono collaboratori fidatissimi e che, non a caso, si rivelano tra i migliori anarchici italiani nei decenni seguenti. Seguendo, ancora una volta, una sorta di via di “centro”, M. vuole colpire a destra, polemizzando con l’«Avanti!», e a sinistra con tutti gli antiorganizzatori e individualisti. Va perciò sottolineata la sua volontà di accentuare il carattere socialista dell’anarchismo, come si può evincere già dal sottotitolo del suo giornale: “periodico socialista anarchico”. Il pensiero di M. giunge ad un altro grande punto di maturazione attraverso la polemica con Merlino: per il primo, rimane insuperabile la convinzione antropologica ottimistica, per il secondo prevale quella realistica. Nel corso del 1897 si è nel frattempo animato il quadro politico e sociale in tutta l’Italia. In gennaio, ad Ancona è arrestato M. e sottoposto a processo. Questo si svolge in aprile e il suo dibattimento ha una risonanza nazionale. «L’Agitazione» per l’intera settimana esce quotidianamente con una tiratura di 8.000 copie, distribuite in tutta Italia. Anche la presenza di avvocati come Pietro Gori, Saverio Merlino, Enrico Ferri contribuisce ad attirare l’attenzione pubblica. Si hanno manifestazioni popolari in favore degli imputati in molti Paesi, come Inghilterra, Francia e Svizzera, e vi sono oltre 3.000 anarchici italiani che, con il proprio nome e cognome, sottoscrivono una dichiarazione-appello al popolo italiano nella quale si esprime piena solidarietà agli accusati e si afferma di condividere ogni loro azione e ogni loro scritto: se M. e compagni sono “malfattori”, allora vanno considerati tali anche i firmatari del documento. La sentenza è mite: M. è condannato a sette mesi di detenzione e i suoi compagni a sei mesi. M. dovrebbe rimanere nel penitenziario anconetano di Santa Palazia fino al 16 agosto del 1898, data di scadenza dei sette mesi di condanna. Se non che prima di essere scarcerato gli è notificata un’ordinanza governativa che lo assegna per cinque anni al domicilio coatto. Pertanto in settembre viene trasferito ad Ustica, poi il mese successivo a Lampedusa. Fin dal suo arrivo nell’isola, egli pensa seriamente a fuggire, specialmente dopo che gli è rifiutata dal ministero degli Interni la domanda di trasferirsi in Egitto.

M. fugge negli ultimi giorni di aprile 1899 insieme agli anarchici fiorentini Giorgio Vivoli ed Edoardo Epifani. Dopo una traversata molto tempestosa riescono ad approdare sulla costa tunisina. Giunto a Tunisi, M. si sposta a Malta e da qui raggiunge Londra, dove rimane meno di due mesi perché alla fine di luglio si imbarca per gli Stati Uniti, giungendo a New York i primi di agosto. Inizia così il breve, ma intenso periodo americano. Negli Stati Uniti deve affrontare la polemica con Ciancabilla che porta alle dimissioni di quest’ultimo dalla redazione della «Questione Sociale», diretta ora dallo stesso M., mentre Ciancabilla dà vita ad un nuovo settimanale, «L’Aurora», attorno al quale si raccolgono gli anarchici favorevoli all’indirizzo anti-organizzatore. Fin dal suo arrivo M. è impegnato in una serie di conferenze di carattere propagandistico che lo portano in varie città degli Stati di New Jersey, New York, Pennsylvania, Connecticut, Rhode Island, Massachusetts, Vermont, Illinois, Florida. Il punto più alto della riflessione malatestiana degli anni Novanta, punto che segna per molti aspetti l’approdo sintetico di tutto il pensiero precedente, è rappresentato senz’altro dall’esposizione magistrale del Programma anarchico che appare nella “Questione Sociale”; documento che ha enorme fortuna e che costituisce nel primo dopoguerra il testo ideologico fondamentale dell’Unione anarchica italiana. La premessa ai vari punti programmatici è di chiaro stampo illuministico e volontaristico, come si può agevolmente osservare quando egli sottolinea che la gran parte dei mali che affliggono gli uomini «dipende dalla cattiva organizzazione sociale e che gli uomini, volendo e sapendo, possono distruggere». Dunque, sapere e volontà sono gli elementi decisivi della trasformazione sociale. M., che ritorna a Londra nell’aprile del 1900, assiste alla “crisi di fine secolo”, il cui epilogo è rappresentato dal 29 luglio 1900, quando Gaetano Bresci uccide a Monza il re Umberto I. Qui si deve inserire l’idea di una fattiva presenza di M. nell’evento complessivo del regicidio. Ma in che senso l’anarchico italiano c’entra con l’attentato, se c’entra? Non è facile rispondere a una simile domanda, anche se è possibile comunque far rilevare alcune coincidenze che possono configurare una convincente ipotesi interpretativa. Dopo la fuga da Lampedusa, nel giugno-luglio del ’99, M. dà alle stampe un violentissimo scritto contro la monarchia, fatto circolare clandestinamente in Italia sotto forma di opuscolo con il titolo innocuo Aritmetica elementare. Nell’opuscolo è formulata una strategia di attacco contro il potere dominante, il cui schema verrà ripreso nel 1914 e nel 1920. Esso prevede l’unione di tutte le forze e di tutti i partiti popolari (socialisti, anarchici, repubblicani e quant’altri) per un immediato obiettivo comune: l’abbattimento della monarchia in Italia e la costruzione di alcune fondamentali condizioni di maggiore libertà costituzionale, ferma restando la riserva ideologica e politica per ogni “contraente” di perseguire i propri fini. È ragionevole ipotizzare, che nei mesi in cui M. è rimasto negli Stati Uniti, sia maturata, più o meno spontaneamente, una sorta di volontà comune tra lui e Bresci, dovuta alla convinzione che in Italia la situazione è tale che è possibile, in un tempo più o meno breve, un’insurrezione contro la monarchia. L’uccisione di Umberto I spaventa la classe politica dirigente italiana, anche se non vi è quella repressione che molti temono o auspicano; aumentano però in modo considerevole le misure di polizia verso il mondo anarchico, specialmente quelle di carattere preventivo. Giolitti, ministro degli Interni, riesce a infiltrare un suo agente (Ennio Belelli, ex anarchico) nel mondo libertario londinese. Lo scopo precipuo di Belelli è quello di controllare M. che, non dimentichiamolo, è a giudizio di Giolitti il vero ispiratore, mandante e organizzatore dell’attentato di Bresci e in tutti i casi l’anarchico più pericoloso e influente dell’intero movimento sovversivo. Questa operazione è eseguita con parziale successo ed ha vita lunga: circa undici anni, precisamente dall’autunno del 1901 alla primavera del 1912. Successo parziale, tuttavia, perché le informazioni che la spia riesce a raccogliere non sono mai decisive. Nella lunga lotta tra M. e lo Stato italiano è comunque questo il momento di maggior successo dello Stato: M. è “inchiodato” a Londra, neutralizzato dalla svolta liberale prodotta anche dall’attentato che lui stesso, forse, ha contribuito a provocare e per di più “tallonato” da una spia messa alle sue costole da Giolitti.

La condizione relativamente marginale entro cui si muove l’anarchico italiano in questi anni a Londra, presenta un aspetto particolare sul piano dell’operatività pratica. Il governo britannico lascia che i rivoluzionari stranieri svolgano le loro attività politiche purché, sulla base di una sorta di gentlemen’s agreement, essi evitino di intromettersi nelle faccende politiche interne e di procurare guai al governo sul piano internazionale. Ciò naturalmente non impedisce poi al Criminal Investigation Department e alla sua Special Branch di attuare, per conto proprio, una sorveglianza diretta e costante su tutti i sovversivi. In conclusione, M. si muove entro un piano allo stesso tempo locale e internazionale, senza alcun vero aggancio organico con la società e il mondo anglosassone del suo tempo. Nel 1907 partecipa al congresso anarchico internazionale di Amsterdam. Il tema principale che viene affrontato è quello del rapporto fra anarchismo e sindacalismo. Lo scontro fra M., custode di una concezione “pura” dell’anarchismo, e Monatte, esponente della corrente sindacalista, esprime il sotteso travaglio dialettico tendente a ridisegnare la nuova identità anarchica. M. focalizza il suo intervento sulla dimostrazione di un’assoluta impossibilità da parte del sindacalismo di assurgere ad una dimensione universale dell’emancipazione umana. Solo la dimensione politica è, a suo giudizio, veramente rivoluzionaria e pertanto non si può pretendere che la classe lavoratrice, tutta tesa al legittimo miglioramento delle proprie condizioni di vita, si faccia carico dell’intera trasformazione sociale. L’abolizione dello Stato e del capitalismo non può scaturire, insomma, dall’azione diretta sfociante nello sciopero generale. M. ritorna in Italia nell’agosto 1913. Si stabilisce ad Ancona e fonda il settimanale «Volontà», ripetendo in sostanza lo schema d’azione attivato nel 1897-98. La sua azione organizzativa si chiude alla fine di maggio del 1914 perché una settimana più tardi scoppia la Settimana rossa. Il moto, che investe gran parte dell’Italia centrale e settentrionale, prende avvio da Ancona e costituisce il maggior tentativo rivoluzionario avvenuto dalla proclamazione dell’Unità. La sua genesi, specialmente per quanto riguarda le Marche e la Romagna, è certamente dovuta al lavoro organizzativo e alla predicazione malatestiani. L’insuccesso della settimana rossa costringe M. a riparare per l’ennesima e ultima volta a Londra. Qui passa tutti gli anni della prima guerra mondiale, dispiegando la sua azione propagandistica contro il conflitto bellico. Già in occasione della guerra tripolina, egli ed altri anarchici italiani esuli a Londra avevano stampato nell’aprile del 1912 un numero unico dove si dichiarava la completa avversione all’intervento dell’Italia, giudicato una vera aggressione alle popolazioni arabe. Ribadisce ora il suo pacifismo, la cui natura è ben diversa da quella assoluta dei non violenti perché pone in primo piano la priorità della giustizia e della libertà e subordina ad esse l’uso o meno della violenza. All’interno del gruppo londinese «Freedom», raccolto intorno all’omonimo giornale, avviene una spaccatura tra interventisti e anti-interventisti simboleggiata dalle due posizioni di Kropotkin e di M., il primo favorevole e il secondo contrario. Una divisione che costituisce l’avvenimento più grave dell’anarchismo internazionale. Ma il momento più drammatico della spaccatura tra favorevoli e contrari al conflitto bellico avviene l’anno seguente, quando in marzo appare nel parigino «La Bataille», il maggior organo sindacalista francese, il famoso Manifeste des Seize. Kropotkin e altri anarchici sottoscrivono una Déclaration che rigetta completamente la prospettiva di una pace considerata iniqua e vantaggiosa solo per la Germania. La pubblicazione di questo testo fa un’impressione enorme nell’opinione pubblica internazionale. Degli anarchici chiedono, senza esitazione alcuna, che la guerra continui, rinunciando alla cessazione delle armi, considerata ingiusta. A questa tesi si contrappone la risposta durissima da parte di M., che attacca i sottoscrittori (definiti sprezzantemente “anarchici di governo”) anche sul piano personale, pur riconoscendo la loro buona fede.

M. rientra in Italia alla fine del 1919 e cerca fin dall’inizio di dar vita ad un fronte unico rivoluzionario comprendente anarchici, socialisti, repubblicani e sindacalisti, disposti a passare dalle parole ai fatti; un tentativo che non ha alcun successo. All’interno di questa logica dell’unità delle forze sovversiva va spiegato anche il tentativo risolto in nulla di un’alleanza tra M. e D’Annunzio. Nei primi mesi del 1920 l’anarchico italiano, oltre a stimolare l’azione rivoluzionaria partecipando a innumerevoli comizi e convegni promossi in varie parti d’Italia, svolge le funzioni di direttore del neonato quotidiano anarchico «Umanità Nova», la cui tiratura supera le cinquantamila copie. Il punto più alto dello sforzo logistico e dell’elaborazione ideologica dell’anarchismo italiano del dopoguerra è rappresentato senz’altro dal secondo congresso nazionale che si svolge a Bologna nel luglio del 1920. Esso costituisce la sintesi dell’incontro tra le idee di M. e le altre tendenze presenti nel movimento, in modo particolare quelle che si riconoscono nella concezione comunista e organizzativa. Due mesi dopo prende avvio l’occupazione delle fabbriche. M. ne è tra i maggiori sostenitori, anche se ha la piena consapevolezza che la spinta delle masse non può rimanere a lungo senza uno sbocco concreto di tipo insurrezionale. L’insuccesso dell’occupazione ha un contraccolpo nel mese di ottobre con l’incarcerazione dei maggiori esponenti anarchici italiani a cominciare dallo stesso M., accusato di cospirazione contro i poteri dello stato. Segue una lunga istruttoria che dimostra la volontà del governo di mantenere in carcere il più possibile l’anarchico italiano. Per protesta contro la lungaggine dell’iter giudiziario, alla metà di marzo 1921 M. inizia uno sciopero della fame. Un gruppo di anarchici individualisti con l’intenzione di scuotere l’opinione pubblica, al fine di pubblicizzare l’ingiusta condizione giudiziaria in cui si trova M., compie un attentato. L’obiettivo è di colpire il questore di Milano, però, la bomba causa una strage tra gli spettatori di un’operetta che è in scena quella sera al teatro Diana di Milano: si contano ventuno morti e circa cento feriti. M. interrompe immediatamente lo sciopero della fame e dopo due mesi è processato ed assolto. Uscito di prigione si trasferisce a Roma e riprende le funzioni di direttore del quotidiano anarchico, che finisce alla fine del 1922 dopo l’ennesima devastazione della tipografia da parte delle squadre fasciste.

Due anni più tardi M. dà vita al periodico «Pensiero e Volontà», rivista di carattere teorico dove egli condensa le sue definitive riflessioni che delineano un anarchismo sempre più volontarista ed etico, il cui principio consiste nell’autonomizzazione dei fini da qualunque deduzione che voglia essere necessitante, univoca e definitiva con il presente. Poiché l’analisi muta con la diversità del contesto, far dipendere gli scopi dell’anarchia da questo mutamento risulta inutile e dannoso: la scienza analitica della dimensione storica della società non può condizionare la spinta ultima dell’azione. La validità dell’idea anarchica deriva dall’universalità dei suoi valori propositivi, che come tali trascendono ogni contingenza e ogni particolarismo sociale. Ne deriva che l’ideale anarchico non è fondato su un essere, ma su un voler essere: in questo modo esso ha un respiro universale. Le forme della realizzabilità anarchica possono essere le più diverse, purché dipendenti da un’intima coerenza etica tra i mezzi e i fini. L’anarchismo, insomma, è prima di tutto un’etica e come tale si realizza sulla base di una volontà positiva d’azione volta alla trasformazione della realtà. Con le leggi fascistissime del 1926, «Pensiero e Volontà» è costretto alla definitiva chiusura. M. passa gli ultimi anni della sua vita a Roma, pressoché prigioniero nella propria abitazione, data l’accanita sorveglianza poliziesca sulla sua persona: una guardia staziona permanentemente sul pianerottolo e altre due nel portone del caseggiato. Chiunque va a visitare l’anarchico italiano è immediatamente schedato, tutta la sua corrispondenza è aperta e non sempre gli viene consegnata. Dopo una breve malattia, muore il 22 luglio 1932. (G. Berti)
Date: 2004 (creati)
Fonte della descrizione: Fonti: Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, ad nomen; ivi, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza ur 1909, b. 6; Id., Ministero dell’Interno, Direzione generale Pubblica sicurezza ur 1905, b. 22 [Londra. Partito anarchico. Relazioni mensili (Relazione sul movimento anarchico e sovversivo nel mese di dicembre)]; id., Ministero dell’Interno, Direzione generale Pubblica sicurezza  ur 1909, b. 4 [Londra. Partito anarchico. Relazioni mensili (Relazione sul movimento anarchico e sovversivo del mese di gennaio)]; id., Ministero dell’Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza ur 1912, b. 36, f. I, 4 (Svizzera) e f. I, 4 (Partito socialista rivoluzionario italiano in Svizzera); id., Ministero dell’Interno, Direzione generale Pubblica sicurezza ur (1912), b. 35, f cat. I, 4 (Da Basilea a Ginevra); Id., Ministero dell’Interno, Direzione generale Pubblica sicurezza  ur 1920, b. 79, f. (movimento anarchico e Partito comunista); id., Ministero dell’Interno, Direzione generale Pubblica sicurezza  ur (1909), b. 5; Id., Ministero dell’Interno, Direzione generale Pubblica sicurezza ur 1910, b. 4; Id., Ministero dell’Interno, Direzione generale Pubblica sicurezza ur 1919, b. 148 (f. Movimento anarchico), Rapporto del Prefetto di Torino al mi, 22 apr. 1919; ivi, Ministero di Grazie e Giustizia, Direzione Generale  AP, Misc. (1874), b. 26 (il Prefetto di Bari al Ministero dell’Interno, Bari 2 ago. 1874); id., Misc., b. 75, ff. non numerati; ivi, Ministero di Grazie e Giustizia, Direzione Generale AP, Misc., b. 42, f. 455 (Trani. Processi politici); id., ivi, Ministero di Grazie e Giustizia, Direzione Generale  AP, Misc., b. 42, f. 555 (Atti riguardanti il processo contro gli internazionalisti nella provincia di Benevento); ADP, Cour de la Seine, dossiers du procedure, D2U(8)263, f. 184. AGRB, Police des Etrangers, Dossiers individuels, n. 353. 081 (Malatesta Errico), ff. non numerati; Archivio del Ministero degli Affari Esteri Roma, Polizia Internazionale, b. 3: Consolato in Nizza. 1888-1891, f. anni 1889, ff. non numerati; ivi, Polizia Internazionale, b. 39: Ambasciata in Londra. 1886-1894, anni 1894; ivi, Polizia Internazionale, b. 8: Rappresentanze italiane in Berlino, Bordeaux, Bucarest, Budapest, Bruxelles, Buenos Aires. 1885-1887; ivi, Polizia Internazionale, b. 10: Rapporti consolato in Lugano (il ministro degli Esteri al console, 3 apr. 1881), f. 361. Ivi, Polizia Internazionale. b. 4: Rapporti ambasciata in Londra, fascicoli anni 1882, f. 803 (l’ambasciatore al ministro degli Esteri, 20 ago. 1882); Archivio di Stato Napoli, Gabinetto Prefettura, B. 159, f. 19/6, f. 4 (il Questore di Napoli al Prefetto di Napoli, 5 ago. 1874); id., Gabinetto Prefettura, b. 161, f. non numerato; Id., Gabinetto Prefettura, b. 161 (Affari riservati); Id., Gabinetto Prefettura, b. 235, f. 5, f. 2 (il Ministro dell’Interno al Prefetto di Napoli, 6 nov. 1876); Id., gp, b. 414, f. 29, ff. 482, 484 (il Ministro dell’Interno al Prefetto di Napoli, 16 feb. 1877; il Questore di Napoli al Prefetto di Napoli, 21 feb. 1877); Id., Gabinetto Prefettura, b. 745, f. 10/1; Id., gp, b. 42, f. 19/16; Id., gp, b. 48, f. 10, ff. 69, 71, 77, 114; Id., Gabinetto Prefettura, b. 159, f. 19/17, ff. 4, 7; Id., Gabinetto Prefettura, b. 54, f. 3, f. 112; Id., Gabinetto Prefettura, b. 205, f. 18/8, f. 3; Archivio di Stato Roma, Tribunale civile e correzionale. Processi penali 1884. Processo n. 29969, b. 4156, vol. I, doc. n. 31 e vol. II, doc. n. 717; BCA, Processo della settimana rossa, I, Memoria difensiva (1-66); id., Processo della settimana rossa, II, Fatti del 7 giugno (1-149).
 
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Entità correlate

Berti, Giampietro (has as author)

Collezioni correlate

Dizionario biografico degli anarchici italiani (fa parte di)